Milano

Afran. L'abito e' il monaco

Museo G. Gianetti - dal 11/12/2011 al 23/12/2011

Siamo giunti al terzo appuntamento relativo al calendario 2011-2012 delle esposizioni del Museo G. Gianetti. Questa volta verra' inaugurata una mostra di un giovane artista Camerunese fortemente legato alla Fondazione COE, Centro Orientamento Educativo, della quale il Museo G. Gianetti ne fa parte. Il suo nome e' Francis Abiamba, in arte Afran, nato a Bijap, in Camerun nel 1983. Dopo aver frequentato l'IFA, Istituto di Formazione Artistica, di di Mbalmayo, prima scuola d'arte in Camerun progettata e sostenuta dal COE, si diploma in ceramica. Coltiva la pittura, sua grande passione, presso gli atelier dei piu' grandi pittori camerunesi e congolesi. Nel 2006 si apre all'arte contemporanea grazie a Salvatore Falci, professore di arti visive dell'accademia di Belle Arti di Carrara (BG).dopo numerosi concorsi ed esposizioni collettive, nel 2008 presenta la sua prima personale al Centro Culturale Spagnolo di Bata, in Guinea equatoriale, aprendo la porta ad una serie di esposizioni tra Guinea Equatoriale ed Italia, dove ora risiede. Il Museo Gianetti, che gia' in passato ha dato l'opportunita' ai piu' meritevoli giovani artisti Africani di esporre negli spazi temporanei, creando un collegamento con la Fondazione COE e con tutti i suoi progetti legati al territorio africano, quest'anno presenta "L'ABITO E' IL MONACO", il nuovo progetto del pittore-scultore AFRAN. "L'ABITO E' IL MONACO" e' una raccolta di sculture raffiguranti testi e corpi umani, pianeti, cubi componibili e tele ricoperti tutti di jeans. Il jeans e' per Afran il simbolo della globalita', della omologazione. In questo caso il tessuto non e' sinonimo di liberta', ma diventa portavoce della mancanza di un'identita' individuale e di conseguenza di originalita'. Chiariscono meglio le parole del giovane artista: "Nella collezione L'abito e' il monaco, l'apparenza diventa sostanza, entra nel modo di vestirsi, nella mentalita', nel modo di fare, nel modo di essere; entra nelle spaccature, nelle fenditure, nelle aperture, nei pertugi piu' profondi e intimi. Entra e si installa visceralmente, attinge le sue energie dall'ospite fino a consumarlo e a sostituirsi ad esso, come in una metamorfosi. L'abito sfratta il monaco per prendere il suo posto, lasciandogli l'illusione che la liberta' consiste nell'avere il potere economico, sociale, decisionale di seguire quanto viene globalmente pubblicizzato e commercializzato senza indugiare in dettagli spazio-temporali. Il jeans rappresenta appunto questa globalita', nella quale ci affanniamo instancabilmente per cercare un'originalita' individuale, un'identita' che ci ostiniamo a non credere perduta, come se la metamorfosi non riuscisse mai a raggiungere l'ultimo stadio".

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